Circolo Partito Democratico - Capistrello (Aq)

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domenica 19 ottobre 2008

Dati definitivi primarie PD collegio Marsica - Dettagli Comune di Capistrello



Primarie PD per la scelta dei candidati alle regionali 2008 nel collegio Marsicano.
Sotto tabella con dettaglio dei voti, di lato grafico con la distribuzione in percentuale delle preferenze.


Dati detinitivi - Primarie PD regionali 2008 Collegio Marsicano

Giovanni D'Amico 2135 voti

Giuseppe Di Pangrazio 1948 voti

clicca sull'immagine per ingrandirla
Nicola Pisegna 1892 voti

Gianni Meuti 1606 voti

Monia Nanni 190 voti

Mario Spallone 78 voti

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Dettaglio voti Comune di Capistrello

totale votanti 317

Giuseppe Di Pangrazio 143 voti

Giovanni D'Amico 90 voti

Nicola Pisegna 40 voti

Gianni Meuti 27 voti

Monia Nanni 11 voti

Mario Spallone 2 voti

nulle 3

bianche 1



sabato 18 ottobre 2008

Dove -come votare alle primarie del PD 2008 per la scelta dei candidati per il rinnovo del consiglio regionale 2008



Domenica 19 presso i locali della ex-biblioteca comunale in via San Silvio è allestito il seggio per le primarie 2008 per la scelta dei candicati del PD per il rinnovo del consiglio regionale si vota dalle 8.00 alle ore 20.00 - Per votare è necessario portare con se carta d'identità o la tessera elettorale.



PD Capistrello

giovedì 16 ottobre 2008

Incontro per conoscere i candidati


Domani venerdì 17 ottobre alle ore 18.30, presso i locali della ex-biblioteca comunale in via San Silvio vicino il palazzo municipale, incontro con tutti i candidati alle primarie del PD nella Marsica per la scelta dei candidati alla candidatura nelle liste del PD per rinnovo del Consiglio Regionale.
Ogni candidato esporrà il proprio programma e sarà a disposizione per eventuali domande.
Sarà presente all'incontro anche il segretario prov. del PD Michele Fina.

Vi aspettiamo numerosi

sabato 11 ottobre 2008

Un voto per il cambiamento? - Primarie 2008 d.C. di la TUA


"Dopo alterne vicissitudini il PD Abruzzese, con uno scatto di orgoglio e tra non poche difficoltà è riuscito anche questa volta con vero spirito democratico, a conseguire l'obiettivo che si era preposto fin dalla sua costituzione far decidere attraverso le primarie a Tutti i cittadini chi debba essere investito del gravoso compito di rilanciare il PD Abruzzese, nell'ottica della novità e in un rinnovato spirito di unità e umiltà.
Per questo attraverso il nostro blog proponiamo in anteprima un sondaggio che replica di facto la scheda elettorale delle primarie per le candidature al consiglio regionale nel colleggio marsicano.
Invitiamo tutti ad esprimere la propria preferenza tra la rosa dei candidati, oppure indicarci un'altro nome attraverso un commento".

venerdì 10 ottobre 2008

Agli abruzzesi - si parva licet - liberi e forti -

Riceviamo dall'amico Antonino Lusi questa lucida e puntuale analisi sulla condizione politico-economico-sociale della nostra regione, vale la pena leggerla attentamente. Augusto B.


Agli abruzzesi - si parva licet - liberi e forti,

la stampa locale di oggi annunciava, dopo settimane di non esaltanti confronti meramente nominali, i nomi dei candidati ammessi alle primarie per le prossime consultazioni regionali. Al di là del documento rinvenibile nel sito del PD Abruzzo e delle Assemblee territoriali che hanno visto una modestissima partecipazione di iscritti ed elettori, continua a non essere percepito il programma politico sulla base del quale il PD intende risorgere dalle ceneri, non dei provvedimenti giudiziari ma di un vecchio, vecchissimo, stantio modo di far politica che allontana sempre di più gli elettori dagli eletti.

Senza farla troppo lunga, mi sono messo alla ricerca di qualche dato sull’economia abruzzese che ho sintetizzato nell’accluso allegato con la speranza che gli aspiranti consiglieri regionali, leggendolo in fretta ne traggano qualche indicazione positiva. Per quanto mi riguarda, indipendentemente dalle correnti e correntine alle quali ciascuno di essi fa legittimo riferimento, vorrei prospettare loro alcuni elementi di riflessione, seguiti da poche richieste ma di enorme significato politico e istituzionale. Non credo che queste domande troveranno spazio nel sito del PD abruzzese e, dunque, se qualcuno sarà disponibile a trasmettere agli interessati il senso delle stesse sarebbe miracoloso avere delle risposte. L'interesse primario è fare della Regione un soggetto promotore di crescita economica e sviluppo civile perché i deboli siano più robusti in una società più umana e solidale.

Innanzi tutto la Regione dovrebbe abbandonare modelli di comportamento centralisti poiché nel tempo è andata accentuandosi una organizzazione paraministeriale, sul modello del Governo nazionale. Dopo la riforma costituzionale del 2001, infatti, tutte le funzioni già statali riconosciute alla competenza regionale, anziché decentrare e semplificare l'ordinamento, hanno finito per appesantire e duplicare molte delle strutture amministrative esistenti, con costi non indifferenti. In proposito non va dimenticato che la Regione ha soprattutto competenze legislative poiché le competenze amministrative sono in via ordinaria assegnate ai Comuni e non alle Regioni, cui possono essere conferite dallo Stato solo per assicurarne l'esercizio unitario. Questo comporta una matura riflessione sulla prioritaria esigenza di smantellare la miriade strutture regionali e pararegionali, di enti e società partecipate che costano moltissimo, hanno efficacia a dir poco discutibile, anche perché in genere sono affidate a personale di risulta di un sottobosco "partitico" che per lo più non sarebbe capace di guadagnarsi da vivere autonomamente in altri contesti. Tutto ciò, ovviamente, non per assumere il volto truce di una politica punitiva ma per stimolare la crescita sana del territorio e di una società civile il cui costume politico risulti più democratico ed efficiente.

La Regione Abruzzo tra l'altro, in riferimento al numero di residenti, registra un abnorme eccesso di spesa per pubblici dipendenti e per il servizio sanitario. Chi volesse consultare la documentazione pubblica sui consulenti regionali si renderebbe immediatamente conto che il valore aggiunto di tali consulenze è - per la maggior parte di essi e certamente non per loro responsabilità – vicino allo zero, trattandosi quasi sempre di assunzioni a tempo determinato senza concorso e, soprattutto, senza utilità alcuna per la Regione. Non ci si venga a dire frottole, queste cose il Paese non è più disposto a tollerarle, soprattutto quando sono espressione della propria parte politica.

Gli impegni che dovrebbero qualificare i nuovi eletti, dunque, a mio avviso si identificano – specie in vista del federalismo fiscale più o meno prossimo venturo – con una più lungimirante allocazione delle risorse diminuendo la spesa corrente improduttiva e aumentando la quota in conto capitale per investimenti di lungo periodo, possibilmente di carattere strutturale e innovativo. La maggior parte delle risorse risparmiate dovrebbero essere investite in un contesto che stimoli anche la partecipazione di capitali privati per progetti che abbiano un sicuro e consistente valore aggiunto. Non è pensabile che il modello regionale assuma sempre più le caratteristiche di un asfittico piccolo mondo dove riversare contributi a pioggia, più o meno campanilistici o clientelari, senza puntare decisamente alle potenzialità di crescita che soltanto sistemi a rete integrata possono determinare. Il trasporto ferroviario, ad esempio, non può che essere destinatario privilegiato - in concorso con le risorse statali - dei risparmi di spesa che devono essere realizzati a valere delle burocrazie improduttive e delle inefficienze del sistema sanitario. La ricerca applicata e l'università non si sviluppano moltiplicando il nanismo municipale ma integrandosi con realtà capaci di rinvenire investimenti e risorse umane che trovino immediate corrispondenze nel tessuto produttivo. Se sto nel Fucino penso a tecnici qualificati nella ricerca agroalimentare e nei comparti produttivi della piccola e grande industria presente nel territorio, non ad altri operatori del diritto destinati alla disoccupazione o sottoccupazione.

Ciò comporta una inversione del criterio assistenziale sotteso all’assunzione indiscriminata di pubblici dipendenti, a tempo determinato e indeterminato, ai quali non si richiedono prestazioni qualificate poiché il principio di riferimento dominante consiste nel mantenere clienti, più o meno sudditi.

Una forte riduzione dell’apparato amministrativo non significa licenziare i dipendenti di ruolo o a tempo indeterminato ma implica la concertazione tra tutte le Amministrazioni pubbliche, comprese quelle del cosiddetto settore pubblico allargato, al fine di programmare un diverso assorbimento delle risorse umane secondo i rispettivi fabbisogni. In molti comparti pubblici, ad esempio, si lamentano da sempre più o meno accentuate carenze di organico: si pensi ai tribunali, alle agenzie pubbliche, agli ospedali e così via. Il nuovo governo regionale, pertanto, dovrebbe impegnarsi a una redistribuzione di organici pletorici ma fin troppo costosi per le scarse risorse finanziarie che andrebbero, invece, convogliate sugli investimenti produttivi.

Per quanto riguarda la spesa sanitaria – lasciando da parte qualunque reazione anche lontanamente di tipo giustizialista – a me personalmente ha molto colpito il fatto che, solo dopo gli arresti di luglio, gli stessi amministratori regionali hanno “scoperto” la possibilità di ridurre, per un importo pari a circa 100 milioni di euro, i debiti messi a bilancio per asseriti crediti da parte di soggetti privati che, a una più meticolosa analisi, sono risultati del tutto privi di giustificazione. Se analoga attenzione l’avessero prestata a una pubblica posizione - contraria all’operazione Deutsche Bank - formulata da un intellettualmente onesto dirigente amministativo regionale, indipendentemente dalle manette, qualche risorsa finanziaria in più sarebbe a disposizione dei pubblici poteri e qualche debito in meno a carico dei residenti in Abruzzo.

Sempre prescindendo, in proposito, da qualunque prurito giustizialista ma restando bene ancorati alla responsabilità che gli eletti dovrebbero avere non soltanto nei confronti dei partiti o delle correnti di riferimento ma soprattutto dei cittadini elettori e della legge sovrana, personalmente sono rimasto sconcertato nel sentire la pseudogiustificazione di un assessore regionale che dichiara di aver votato una legge senza conoscerne il contenuto. Mi sembrerebbe del tutto plausibile ritenere che in questo caso la responsabilità omissiva autodenunciata sia molto più grave sotto il profilo morale e politico che non dal punto di vista civilistico o penale. Civilisticamente, infatti, si protrebbe immaginare un risarcimento del danno, penalmente dovrebbe configurarsi una dolosa connivenza con altri cointeressati difficilmente, mi auguro, immaginabile. Sul piano politico, invece, quale affidabilità può avere qualunque soggetto che decida in ordine ai destini di una intera comunità regionale esprimendo un voto privo di consapevolezza, basato soltanto su un ordine di scuderia, la più nobile delle quali è sempre un giudice di seconda istanza rispetto alla coscienza responsabile e all’intelligenza personale? Sul piano morale, infine, a quale modello di riferimento si collega un comportamento passivo del genere quando da una parte significativa del Paese emerge non soltanto una domanda di partecipazione responsabile ma anche un diverso rapporto positivo, tra persone e istituzioni, che prescinda del tutto dalla logica dell’apparire e dal mancato esercizio delle responsabilità individuali e collettive?

Passando ai costi e ai servizi resi dal sistema sanitario regionale non va dimenticato che gli sprechi accertati nella misura di almeno 15 milioni di euro riguardano un comparto non superiore al 20% della spesa pubblica per la sanità abruzzese. Se siano reati, come molti ritengono, lo giudicherà la magistratura ma in sede di responsabilità politica sarà pur necessario guardare senza veli il degrado di una politica regionale che, purtroppo, sembra scimmiottare il peggio di quella nazionale senza ispirarsi al meglio che, pure, questo Paese esprime. L’80% della sanità abruzzese si ritiene immune dall’esigenza di migliorare la qualità dei servizi e il rapporto costi benefici?

Ai nostri politici dovremmo richiedere un grande e prioritario sforzo di ridurre i costi migliorando i servizi, azzerando le rendite di posizione e razionalizzando l’organizzazione della sanità pubblica. Al riguardo, ad esempio, c’è da chiedersi perché mai le strutture sanitarie pubbliche debbano garantire mezzi e risorse che nessun soggetto privato può mettere a disposizione e, nel contempo, utilizzare le proprie strutture, quando va bene, per la metà delle rispettive capacità. Dotare un ospedale di personale qualificato la cui formazione è costata allo Stato un certo quantitativo di risorse finanziarie e di macchinari del costo pari a diversi milioni di euro dovrebbe comportare l’esigenza del più razionale ed efficiente utilizzo di entrambi. Chiunque entri nella maggior parte degli ospedali pubblici, invece, sa bene che la mattina sono affollati e il pomeriggio c’è l’assistenza minima per i ricoverati ovvero per il pronto soccorso. Le visite e gli esami specialistici invece, in barba ai tanti virtuosi propositi, richiedono tempi di attesa indefinibili. Se, però, si sceglie la visita dello stesso sanitario ospedaliero in privato o intra moenia i tempi di attesa sono minimi. Una diversa organizzazione ospedaliera, pertanto, richiede semplicemente di aver presenti le esperienze straordinariamente positive realizzate in altre Regioni dove la spesa sanitaria pro capite è enormemente inferiore a quella abruzzese ma con indici di efficienza notevolmente superiori. Questo significa avere a disposizioni molte risorse finanziarie in più da destinare alla crescita, senza piangere di fronte a un paese che ha il diritto di chiederci il conto.

Ancora una sensazione soggettiva e un elemento di riflessione da mettere in comune. Subito dopo le elezioni politiche dello scorso aprile, il fatto che qualche politico regionale fosse transitato in Parlamento determinò una convulsa fase di oscure trattative per le corrispondenti sostituzioni in Abruzzo. Trattandosi della stessa maggioranza politica sarebbe stato lecito attendersi che le sostituzioni di cui si tratta fossero deliberate nel giro di qualche ora, nel peggiore dei casi in qualche giorno. Dai giornali, invece, fummo costantemente informati – per settimane e mesi – di incomprensibili, inquietanti e ingiustificabilmente misteriose trattative che condussero a una organizzazione di vertice della maggioranza regionale smantellata qualche tempo dopo per le indagini della Magistratura inquirente. In proposito non sarà affatto consolatorio sapere e far sapere che la precedente maggioranza di centro-destra aveva da fin troppo tempo sperimentato e attuato pratiche a dir poco distorsive dell’interesse pubblico, così come non sarà affatto consolatorio venire a sapere dalle cronache dei giornali che l’attuale Presidente vicario della Regione, essendo consapevole di molti dei fatti oggetto di indagine, non solo abbia ricevuto il plauso per la collaborazione garantita alla Magistratura inquirente ma abbia a suo tempo coinvolto i vertici nazionali del proprio partito perché convinto di una linea politica profondamente errata di cui erano espressione il Presidente della Giunta regionale ed altri. In tal caso infatti – sempre lasciando da parte i profili di carattere giudiziario – un cittadino, specie se elettore dell’attuale Presidente vicario, perché deve venire a sapere dai giornali che prima Fassino e poi Migliavacca scendono – invano - in Abruzzo per modificare decisioni in materia di politica regionale tanto onerose dal punto di vista finanziario e tanto inefficaci dal punto di vista politico e amministrativo? E una volta venuto a conoscenza della gravità di conseguenze determinate da quelle scelte politiche lo stesso rappresentante regionale ha o non ha il dovere di mettere a conoscenza i cittadini elettori di cose che riguardano direttamente non soltanto le proprie scelte politiche ma il vivere quotidiano nel territorio? In altri termini se i nostri rappresentanti politici erano così consapevoli non dico della illiceità dei comportamenti di una parte della Giunta regionale ma, quanto meno, della irragionevolezza delle scelte da questa pervicacemente compiute, per quale ragione non hanno avviato un pubblico dibattito, un confronto di idee, di programmi, di scelte concrete da discutere alla luce del sole per dare maggior forza alla trasparenza e al risanamento di finanze devastate dalle politiche del centro-destra? Che senso ha continuare a gestire la cosa pubblica come se i Partiti – associazioni di diritto privato a tutti gli effetti e, pure, indispensabili al corretto esercizio della democrazia per "concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale (art. 49 della Costituzione) – avessero la competenza a sostituirsi non soltanto ai cittadini che vi aderiscono ma anche alle istituzioni che in qualche modo li presuppongono? Per chi non ha nulla ma proprio nulla a che fare con il "dipietrismo" sarà lecito porre problemi in sede politica o ci si deve rassegnare alla manifesta irritazione per aver disturbato i presunti addetti ai lavori?

Agli amministratori e ai politici dobbiamo sempre richiedere maggiore trasparenza, competenza ed efficacia. Sarà dunque lecito chiedere agli elettori di non votare chi non dia un minimo di garanzia in tal senso? O dobbiamo continuare ad avallare la delega in bianco senza chieder conto di un operato quanto mai discutibile?

Con la consueta franchezza, auguro a tutti un rinnovato impegno con il realismo del possibile e la nostalgia dell'impossibile

Antonino Lusi



Allegato
(Il testo che segue è una mia libera sintesi di studi pubblicati dalla Banca d'Italia sulla Regione Abruzzo)



Nel 2007 la dinamica del prodotto appare meno sostenuta rispetto alla media nazionale: in termini pro capite il PIL regionale è pari a circa l’83% del livello nazionale (- 4% rispetto al 2000). Nel secondo semestre 2007 e nel primo trimestre 2008 si è registrato un rallentamento degli ordini e della produzione manifatturiera. Le esportazioni nell’Unione europea hanno retto all’impatto congiunturale mentre quelle extra UE sono diminuite. Il peggioramento complessivo registrato dalla produttività del lavoro dall’industria manifatturiera abruzzese, nell’ultimo decennio, rispetto alla media nazionale riflette la dinamica delle imprese di maggiori dimensioni operanti in settori tecnologicamente avanzati. Le imprese che hanno incrementato significativamente la dotazione di capitale fisso per addetto hanno registrato risultati migliori della media regionale.

Il settore delle costruzioni residenziali rallenta la crescita mentre le opere pubbliche riprendono lentamente dopo due anni di forte contrazione.

Nel commercio, diminuite le vendite al dettaglio, sono cresciuti gli acquisti di beni durevoli.

Secondo stime provvisorie dell’ISTAT, nel 2007 sia la produzione lorda agricola sia le superfici coltivate sono nel complesso diminuite. Nel 2003 le aziende agricole in Abruzzo erano diminuite del 5% rispetto al censimento del 2000. Analoga contrazione si rileva per la superficie agricola cosicché la dimensione media delle aziende agricole abruzzesi è rimasta immutata (5,2 ettari contro i 7,5 della media nazionale).Tra il 2000 e il 2006 il valore aggiunto del settore agricolo è diminuito, in Abruzzo, mediamente dell’1,6% contro l’1% della media nazionale. Nello stesso periodo l’incidenza del settore primario sul valore aggiunto regionale è scesa dal 3,7 al 3,4%.

L’occupazione è aumentata dello 0,8%, a un ritmo di poco inferiore alla media nazionale.


Il grado di istruzione e la corrispondente quota della spesa pubblica in Abruzzo risultano in crescita rispetto alla media nazionale: l’inserimento professionale dei laureati, tuttavia, registra difficoltà analoghe a quelle presenti in tutto il Mezzogiorno, compresa la pronunciata tendenza a cercare sbocchi sul mercato del lavoro di altre Regioni italiane.

Con l’uscita dell’Abruzzo dalle Regioni dell’obiettivo 1 comunitario sono diminuiti sensibilmente il volume e il numero dei prestiti da parte della Banca europea degli investimenti e, conseguentemente, dell’intero sistema creditizio che ha visto l’aumento percentuale dei prestiti rispetto all’anno precedente passare dal 24,9% del 2006 al 4,2% del 2007.

Nel decennio in corso le famiglie abruzzesi hanno visto una minore crescita del risparmio e un maggior ricorso al debito, specie in forma di mutui ipotecari. La ricchezza pro capite si colloca in posizione intermedia tra il livello del Mezzogiorno e quello nazionale.


La spesa pubblica.

Le dimensioni dell’Amministrazione pubblica in Abruzzo. Dai dati elaborati dal Ministero dello Sviluppo economico le erogazioni di parte corrente della spesa pubblica per il triennio 2004-2006, al netto degli interessi, come desunta dai bilanci consolidati delle Amministrazioni locali, sono state pari ai tre quarti dell’intera spesa, 3.000 € pro capite, il 6% in meno rispetto alle Regioni a statuto ordinario (RSO): dunque solo un quarto è affluito agli investimenti.

La Regione e le Asl hanno erogato circa il 60% della spesa corrente primaria per il ruolo svolto dalla spesa sanitaria; ai Comuni è attribuibile circa il 46% della spesa pubblica locale di parte capitale. Le province incidono solo per il 4,5% sulla spesa corrente primaria e per il 12,2% sulla spesa in conto capitale.

In Abruzzo la spesa primaria per le Amministrazioni pubbliche, comprensiva di quella delle Amministrazioni locali e delle spese erogate dalle Amministrazione centrali in riferimento al territorio regionale, è stata inferiore di circa 6 punti percentuali rispetto alla media delle RSO. Solo per l’istruzione nel quinquennio 2001-2005 la spesa è aumentata di 0,6 punti rispetto al quinquennio precedente, risultando mediamente pari a 9,2% (8,1% in Italia).

I costi del Servizio sanitario regionale (2004-2006) hanno registrato una crescita media del 4,4% annuale. In termini pro capite, nel 2006 la spesa era pari a circa 1.750 €, valore leggermente superiore alla media delle RSO (1.727 €). L’erogazione delle prestazioni da parte di soggetti privati convenzionati e accreditati è stata leggermente inferiore al 20%.

I ricavi del Servizio sanitario regionale, rappresentanti dall’IRAP e dall’addizionale IRPEF, nel triennio sono risultati circa il 28%, in livello inferiore di oltre 10 punti percentuali rispetto alla media delle RSO e in progressiva diminuzione nel periodo considerato. Le entrate delle Asl, principalmente i ticket determinati autonomamente dalla Regione incidono in misura pari a circa il 3% dei ricavi complessivi nella media del triennio (4,2 nelle RSO). Il resto del finanziamento al servizio sanitario (pari a circa il 70% circa dei ricavi) deriva da risorse trasferite dallo Stato principalmente a titolo di compartecipazione all’IVA.

La sanità regionale nel 2007 (dati provvisori). In base alle informazioni contenute nel Sistema informativo sanitario (SIS) alla data del 20 febbraio 2008, nel 2007 i costi del servizio sanitario dell’Abruzzo sono aumentati dell’1,2%. I ricavi sono cresciuti del 2,3%, una dinamica anche in questo caso meno sostenuta rispetto alla media delle RSO (4,2%).

La spesa farmaceutica convenzionata pro capite, passata da 222 € nel 2002 a 199 € nel 2007 ha visto ridursi il differenziale in eccesso rispetto alla media nazionale da 17 € nel 2002 a 5 € nel 2007. Il calo della spesa registrato nel 2007 è in parte da ricondurre alle determinazioni adottate nel 2006 dall’Agenzia italiana del farmaco (AIFA): la riduzione selettiva del 4,4% del prezzo al pubblico dei medicinali a maggiore impatto sulla spesa, elevata al 5% dal 15 luglio 2006, e una ulteriore riduzione del 5% dal 1° ottobre 2006. L’applicazione di tali riduzioni, deliberate dall’AIFA in via transitoria a seguito del divergere degli indicatori di spesa rispetto agli obiettivi, sono state successivamente confermate dalla Legge finanziaria per il 2007, per l’anno di riferimento e gli anni successivi, sino a nuova determinazione.


Gli investimenti pubblici. Una spesa superiore al 40% degli investimenti determinati dalle Pubbliche Amministrazioni nel territorio regionale è affluita alle infrastrutture economiche (cosiddette opere del genio civile), con un’incidenza superiore a quella riscontrata nella media delle RSO. Nel quinquennio 2001-2005 in termini pro capite essa è passata da 178 a 229 €, al di sopra dunque della media registrata dalle altre RSO, aumentata da 149 a 198 € nel medesimo periodo.

Altrettanto superiore alla media delle RSO la spesa per infrastrutture di trasporto, specie se considerate in riferimento al cosiddetto settore pubblico allargato (61,6% del totale contro il 46,2% delle RSO). Di contro solo il 36,5% (contro il 50,5% nelle RSO) è stato investito nella realizzazione di condotte e linee di comunicazione ed elettriche.

Il finanziamento della spesa.

Le entrate tributarie. Nel triennio 2004-2006 la somma delle entrate tributarie di Regione, Province e Comuni abruzzesi è stata pari all’8,6% del PIL (8,5% per l’insieme delle RSO) nella media del triennio, tuttavia, le risorse tributarie degli enti territoriali abruzzesi sono aumentate mediamente dello 0,5% in più rispetto alla media delle RSO (5,1 contro 4,6) soprattutto per la forte espansione registrata dai Comuni (6,8%, nelle RSO 2,2%).

I tributi propri regionali nel medesimo triennio sono stati pari al 3,4% del PIL, con un incremento medio annuo dell’8,8%. L’addizionale regionale all’IRPEF nel 2006 è passata dallo 0,9 all’1,4% mentre l’aliquota ordinaria dell’IRAP è stata aumentata di 1 punto percentuale attestandosi a 5,25%. Tali aliquote sono state confermate per il 2007.

Le risorse tributarie dei Comuni, pari al 2,1% del PIL regionale, sono costituite per il 43,8% dal gettito dell’ICI, cresciuto nel triennio a un ritmo mediamente superiore a quello registrato dalle RSO 8,2% contro il 3,3.

Il debito. Alla fine del 2006, ultimo anno per il quale è disponibile il dato Istat sul PIL regionale, il debito delle Amministrazioni locali della regione era pari all’11,8% del PIL, un valore supeirore alla media nazionale. Esso rappresentava il 3% del debito delle Amministrazioni locali italiane, che possono contrarre mutui e prestiti sono a copertura di spese di investimento.

Alle fine del 2007 il debito delle Amministrazioni locali abruzzesi è stato pari a 3.496 mioli di euro, in crescita del 10,2% in termini nominali, seppure in sensibile decelerazione rispetto all’anno precedente (17%). Le principali componenti del debito erano rappresentate da titoli emessi all’estero e da prestiti bancari nazionali (rispettivamente pari al 30,5 e 29% del totale). Il peso elevato delle altre passività (27,7%, rispetto al 9,3 mediamente registrato per le RSO) riflette l’incidenza delle operazioni di cartolarizzazione dei crediti vantati nei confronti delle Asl da parte dei fornitori.


giovedì 9 ottobre 2008

Circolo di Capistrello verso il voto.
Primarie del PD per il rinnovo del consiglio regionale 2008,analisi e proposte.

Riunito giovedi 9 ottobre il circolo del Pd di Capistrello che ha affrontato il tema delle primarie per le prossime elezioni regionali.
Il dibattito non ha potuto fare a meno di ripercorrere le tappe e le cause che hanno determinato il ricorso al voto anticipato, tanto che non sarà affatto semplice fare campagna elettorale.
Si esce da una situazione disastrosa rispetto alla quale la dirigenza del PD non ha dimostrato quella capacità autocritica che avrebbe potuto rilanciare idee e facce nuove, anzi, in tale contesto il partito non ha saputo far altro che replicare vecchi schemi, con la scusa che non deve essere la magistratura a dettare i tempi della politica.
I segretari dei circoli e i militanti, lavoreranno comunque, come sempre hanno fatto.
Oggi però, il gravoso compito di organizzare le primarie, in un panorama politico difficile e confuso, pone la corsa alle candidature come priorità rispetto ad una proposta politica da sottoporre agli elettori e ciò non fa assolutamente bene alla salute del PD.
La politica dovrebbe dare risposte sollecite alle innumerevoli questioni che ci riguardano come cittadini, ma le risposte si riesce a darle solo se si è capaci di avere una visione più ampia delle esigenze della collettività.
Il PD pare aver smarrito questa capacità!
Ancora una volta si antepongono le ambizioni ed i personalismi al bene comune evidenziando povertà di idee invece che contenuti.
Il Circolo di Capistrello ha sempre dimostrato, a partire dalle primarie del 14 ottobre, il proprio impegno e la propria disponibilità alla costruzione del PD ma affinché tali sforzi vengano ribaditi occorrerà avere maggiore riguardo per territori come il nostro che hanno avuto e hanno tutt'ora la capacità di esprimere non solo consenso ma anche personalità portatrici di contenuti ed idee.

Il segretario
Alfio Di Battista

martedì 7 ottobre 2008

Record del cemento invasi tre milioni di ettari


Che effetto vi farebbe se vi dicessero che su tutto il territorio del Lazio e dell'Abruzzo non esiste più un solo filo d'erba, neanche un orto; che le due Regioni sono state completamente, e dico completamente, cementificate? Sono sicuro che la maggioranza degli italiani inorridirebbe. Forse avrebbero una reazione un po' diversa tutti quelli che a vario titolo sono invischiati in speculazioni edilizie. O gli amministratori che devono fare cassa con gli oneri di urbanizzazione, ma credo, anzi spero, che non siano i più. Se invece siete tra i più, sentite questa: negli ultimi 15 anni, se si fa un confronto tra i censimenti agricoli del 1990 e del 2005, in Italia sono spariti più di 3 milioni di ettari di superfici libere da costruzioni e infrastrutture, un'area più grande del Lazio e dell'Abruzzo messi insieme. Poco meno di 2 milioni di ettari erano superfici agrarie. Però nessuno sembra inorridire. Forse sarà a causa di una mentalità diffusa secondo la quale se non si costruisce non si fa, non c'è progresso economico. E questo lo dimostrano i programmi elettorali e la composizione delle liste stesse, soprattutto quelle relative alle elezioni amministrative: fateci caso, sono sempre infarcite di soggetti con evidenti interessi nell'edilizia. Sarà un caso? Dal 1950 a oggi abbiamo perso il 40% dei territori liberi nel nostro Paese, negli ultimi anni il consumo medio annuo è addirittura cresciuto rispetto agli anni passati, quelli del boom economico (ed edilizio). Non ci sono solo gli "eco-mostri", tanti, che urlano con violenza tutta la loro protervia (sintomo di grande ignoranza) nel deturpare paesaggi e luoghi incantevoli lungo coste, colline e montagne del nostro Paese. Ci sono tanti "eco-mostriciattoli", e c'è tutta una tendenza a fuggire dall'ambiente urbano, sempre più brutto, caotico e poco salutare, per riparare in campagna, a colpi di villette che mangiano terreno utile alla produzione di cibo e tirano pugni in quegli occhi che ancora cercano bellezza. Prendiamo poi in considerazione l'edilizia per le attività produttive, dalle schiere di scatoloni di cemento che si snodano ininterrotte lungo molte nostre strade, fino al piccolo capannone isolato che abbagliati imprenditori ergono alle pendici (se non proprio in cima, perché nella mia Langa succede anche questo) di una collina particolarmente bella. L'Italia è al primo posto in Europa per la produzione e il consumo di cemento armato, 46 milioni di tonnellate l'anno: le cave legali e abusive hanno un impatto paesaggistico tremendo, e i cementifici inquinano molto, mangiandosi vigne, campi coltivati, boschi, o compromettendo l'ecosistema di quelli viciniori che gli sopravvivono. Il tutto per foraggiare la costruzione selvaggia di villette a schiera, outlet, depositi e quant'altro. Non posso che sottoscrivere le parole di Giorgio Bocca quando, trovatosi a percorrere l'autostrada tra Milano e Firenze, scrive: "Il primo tratto tra Milano e Lodi si merita questo titolo: la scomparsa del paesaggio. La pianura del Po, "la più fertile e ricca regione d'Europa", come diceva quel re di Francia di nome Enrico, illustre invasore, la pianura dei pioppi e delle marcite, dei fontanili che sgorgano nei prati di erba medica, il paese di Bengodi, delle montagne di cacio e di ravioli, dei campanili svettanti nel verde, delle abbazie e delle cattedrali, dei battisteri policromi, degli Stradivari e dei culatelli è scomparso, sommerso da una distesa ininterrotta di fabbriche e fabbrichette". Non c'è limite al brutto, al volgare, ed è giusto paragonare l'inghiottimento di un battistero policromo alla scomparsa di un prodotto gastronomico tradizionale. Riporto un'altra volta il dato: quasi 2 milioni di ettari di suolo agricolo sono spariti, come dire l'intero Veneto. Se da una parte ci scandalizziamo giustamente perché sparisce il bello - e viva le iniziative meritorie, come ad esempio quelle del FAI e di Legambiente, che ci documentano con regolarità le brutture peggiori e sanno coinvolgere i cittadini nella denuncia - la morte dei suoli agricoli sembra invece non interessare. È uno dei più grandi mutamenti che il nostro Paese ha subito nel secondo dopoguerra e non accenna a diminuire: sparisce la campagna, insieme ai contadini, si perdono spesso i terreni più fertili in pianura e in prima collina. Gli appezzamenti che resistono sembra che stiano lì, in attesa che qualcuno ci speculi su, perché diciamolo pure: non c'è bisogno di nuove case, l'edilizia è soltanto un'opportunità di investimento per chi già possiede bei capitali. Il suolo, se non muore a colpi di fertilizzanti e pesticidi, sparisce: se la sua tutela non entrerà presto a far parte dell'agenda politica delle amministrazioni sarà ora che ci sia una mobilitazione popolare in sua difesa. È uno scempio senza fine, che pregiudica la qualità delle nostre vite in termini ecologici e anche gastronomici. Sì: gastronomici, perché ne va anche del nostro cibo, della sua qualità, della sua varietà e della possibilità di poterlo comprare senza che provenga da un altro continente, con tutti gli enormi problemi che ne conseguono. L'ambiente è un diritto garantito dalla nostra Costituzione e non può esserci tutela dell'ambiente senza tutela del mondo rurale, sia per quanto riguarda la sua produttività, sia per quanto riguarda la sua bellezza. Gli enti locali fanno poco, anzi proprio loro vedono nell'edificabilità dei terreni agricoli e dei suoli liberi una via per fare quadrare i propri bilanci. La politica di Palazzo non se ne cura, e se pare normale da parte di chi governa e ha costruito le sue fortune proprio sull'edilizia, il silenzio dell'opposizione sulla tutela dei terreni agricoli diventa sempre più assordante. Il problema infatti è più che mai politico, oltre che etico e culturale. Mancano delle politiche di territorio, come per esempio accade invece in Germania, dove per legge si cerca di riutilizzare aree già consumate e dimesse piuttosto che invadere nuovi campi, nuovo suolo, nuova agricoltura, paesaggi. Inoltre, i tedeschi, cercano di compensare nuove occupazioni andando ad agire su altre aree, con interventi di permeabilizzazione o naturalizzazione (contro il dissesto geologico, piantando nuovo verde). Tutto questo lo fanno senza rinunciare all'occupazione in edilizia, e certo senza aumentare il numero dei senzatetto. È solo questione di organizzazione, di razionalizzazione, e soprattutto di sentire il problema, che è gravissimo. So che anche in alcune Regioni ci sono stati alcuni isolati interventi normativi tesi a migliorare la situazione ma bisogna per forza fare di più. Che si favorisca con incentivi la distruzione di obbrobri costruiti negli anni '60 e già fatiscenti per riedificarci sopra qualcosa di bello, che si realizzino recuperi dell'archeologia industriale o di quelle aree urbane fortemente degradate: il lavoro per i costruttori non mancherebbe di certo. Che si tutelino per legge le aree rurali più importanti, come fossero Parchi Nazionali. Lasciate stare i suoli agricoli, sono una risorsa insostituibile, pulita, bella e produttiva. Sono il luogo che ci fa respirare, che riempie gli occhi, che ci dà da mangiare e che custodisce la nostra memoria, la nostra identità. Continuare a distruggerli, dopo tutto lo scempio che è già stato fatto, non è da Paese civile e un Paese civile dovrebbe predisporre i giusti strumenti di tutela per dare più scuse a chi lo fa. La Repubblica 5 ottobre 2008