Circolo Partito Democratico - Capistrello (Aq)

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lunedì 7 dicembre 2009

Dalla CO² ai vegetariani l'alfabeto che salverà la Terra


La svolta di Obama è la premessa per un cambiamento molto più radicale. Via alla Terza rivoluzione industriale che non è né di destra né di sinistra di JEREMY RIFKIN

ABBIAMO due settimane per tirare il freno d'emergenza ed evitare la catastrofe climatica. Ma per raggiungere l'obiettivo dobbiamo rompere i vecchi schemi: non più solo obblighi ma spazio per la Terza rivoluzione industriale che non è né di destra né di sinistra. Ecco un alfabeto per capire qual è la posta in gioco.

ANIDRIDE CARBONICA Il mutamento climatico sta procedendo a velocità superiore alle previsioni: l'obiettivo che fino a ieri sembrava sufficiente, un tetto di concentrazione di CO2 in atmosfera di 450 parti per milione, non ci protegge dal rischio della catastrofe. Come dice Jim Hansen, uno dei più accreditati climatologi, invece di continuare ad accumulare anidride carbonica in cielo dobbiamo tornare indietro, verso le 280 parti per milione dell'era preindustriale. Oggi siamo a quota 387: scendiamo almeno a 350.

BRASILE Meglio tardi che mai. Per decenni il Brasile è stato responsabile della deforestazione dell'Amazzonia, una devastazione che minaccia la sicurezza di uno degli ecosistemi fondamentali. Oggi il governo di Lula ha cambiato rotta: Copenaghen può essere il momento di rendere ufficiale la svolta.

CINA E' il paese che emette più anidride carbonica di tutti gli altri. Ma sta già pagando un prezzo pesante, in termini di vite umane, al cambiamento climatico. Se potesse scegliere tra il carbone e le tecnologie più avanzate della terza rivoluzione industriale cosa farebbe?

EFFICIENZA ENERGETICA E' la base per il riassetto energetico. Molti tagli di emissioni si possono realizzare eliminando gli sprechi e l'inefficienza.
FONDI I fondi per il trasferimento delle tecnologie avanzate ai paesi meno industrializzati sono un atto di giustizia: non si può penalizzare proprio chi è stato escluso dalla seconda rivoluzione industriale. Bisogna permettere a questi paesi di fare il salto della rana passando direttamente alla Terza rivoluzione industriale.

IDROGENO Le rinnovabili sono una fonte pulita ma non costante: c'è bisogno di un serbatoio per immagazzinare l'energia prodotta durante i momenti di picco. Questo serbatoio è l'idrogeno che permette anche di riutilizzare in modo flessibile l'energia accumulata.

KYOTO E' stato il momento che ha segnato l'inizio del percorso dalla geopolitica alla politica della biosfera.

LAVORO La Terza rivoluzione industriale dà spazio a sistemi labour intensive e produrrà milioni di posti di lavoro.

NUCLEARE Il nucleare è la tecnologia della guerra fredda. In più di mezzo secolo non ha risolto i suoi problemi, anzi li ha aggravati: rischi di incidenti durante tutte le fasi del ciclo di produzione, rischio terrorismo, rischio scorie. E nessun beneficio economico.

OBAMA La svolta di Obama è la premessa per un cambiamento che dovrà essere molto più radicale: senza la visione d'assieme, senza la capacità di pensare a lungo termine, il rilancio delle fonti rinnovabili è privo di solide basi.

POST KYOTO La conferenza di Copenaghen può avere successo se si fa il salto dalla prospettiva degli obblighi a quella delle opportunità. Invece di pensare solo a quantificare quello che non si deve fare bisogna cominciare a dire quante fonti rinnovabili, quanti edifici sostenibili, quanto idrogeno, quante smart grid deve realizzare ogni paese.

RINNOVABILI Sono il primo pilastro della terza rivoluzione industriale. Due regioni spagnole, la Navarra e l'Aragona, in dieci anni sono arrivate al 70 per cento di elettricità da fonti pulite. Perché non fare altrettanto?

SCETTICI E' un gruppetto inesistente sotto il profilo scientifico. Riescono ad avere visibilità perché sono supportati dalle lobby delle vecchie fonti energetiche che li usano per seminare dubbi nell'opinione pubblica.

TERZA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE Permette sia lo sviluppo economico che la riduzione delle emissioni serra. Poggia su quattro pilastri: le energie rinnovabili, gli edifici sostenibili, l'idrogeno e le reti intelligenti, le smart grid per distribuire l'energia secondo il modello del web. La Terza rivoluzione industriale significa spostare il potere dalle oligarchie che gestiscono le grandi centrali elettriche alle persone. Oggi parliamo attraverso Skype e si creano network liberi di scambio e condivisione delle informazioni. Perché non farlo con l'energia?

UNIONE EUROPEA E' stata l'apripista della battaglia per la difesa della biosfera. E lo ha fatto in condizioni di isolamento e di grande difficoltà. Ora può guardare con più fiducia al futuro, soprattutto se saprà sfruttare le sue grandi potenzialità.

VEGETARIANI La seconda causa di cambiamento climatico al mondo è l'emissione di CO2 derivante dall'allevamento di animali, ovvero dalla grande quantità di carne che consumiamo. Per abbattere le emissioni bisogna passare alla dieta mediterranea, come in Italia, mangiando molte verdure e molta frutta.

(testo raccolto da Antonio Cianciullo)
tratto da : La Repubblica.it

Il maestro laico che manca all’Italia



Se fosse vivo e in età ancor combattiva, non so se Norberto Bobbio — trovandosi in un mondo sempre più opposto al suo modo di essere, di sentire e di pensare — sarebbe più spronato a dar libero corso alla sua vena «iraconda », come egli diceva, e polemica oppure ad abbandonarsi a una rassegnata e stoica amarezza. Bobbio incarna esattamente ciò che manca, sempre più vistosamente e volgarmente, alla nostra società: la capacità di ragionare, di distinguere, premessa fondamentale dell’onestà verso gli altri e verso se stessi. Una volta, alle scuole elementari, ci insegnavano che non si possono sommare litri a chili o a metri, cosa che ora si fa normalmente, in un coro di imbroglioni e imbrogliati che sono spesso le medesime persone. Mai come oggi è mancata la laicità e Bobbio è anzitutto un maestro di laicità, non nel senso stupido e scorretto in cui viene correntemente usata questa parola, quasi significasse l’opposto di credente, di religioso o di praticante, come credono e vogliono far credere gli ignoranti e i disonesti.Bobbio ha insegnato che laico non indica il seguace di una specifica idea filosofica, bensì chi è capace di distinguere le sfere delle diverse competenze; distinguere ciò che è oggetto di dimostrazione razionale da ciò che è oggetto di fede, a prescindere dall’adesione o meno ad essa. Laicità: distinguere fra diritto e morale, sentimento e concetto, legge e passione; articolare le proprie idee secondo principi logici non condizionati da alcuna fede né ideologia; mettere in discussione pure le proprie certezze; sceverare l’autentico sentimento dalle incontrollate reazioni emotive, ancor più nefaste dei dogmatismi.

Oggi viviamo in una temperie culturale assai poco laica, funestata dai fondamentalisti religiosi come da quelli aggressivamente atei, entrambi capaci di ragionare solo con le viscere e con slogan orecchiati. La cronaca di ogni giorno ci mostra come si confondano e si pasticcino politica e morale, diritto e sentimentalismo, in un’allegra sgrammaticatura linguistica, concettuale ed etica che mette spesso il soggetto all’accusativo e viceversa, per scambiare i ruoli tra vittime e colpevoli e mettere in galera il derubato anziché il ladro. Il sistema politico regredisce a una barbarie premoderna, cancellando progressivamente secoli di civiltà liberale che aveva elaborato controlli e garanzie per impedire abusi di potere.

Oggi c’è più che mai bisogno di intelligenza e di passione come quelle di Norberto Bobbio, che ha difeso e vissuto questi valori — i quali, prima di essere cardini della vita civile e del buon governo, sono il sale dell’esistenza quotidiana — sui fronti più diversi, dai mirabili studi filosofici e giuridici, che fanno di lui un eccezionale maestro, alla milizia etico-politica e alla presenza generosa e creativa nella vita culturale. In quel vero, sobrio capolavoro che è De Senectute, un commiato dalla vita insieme classico e cocentemente contemporaneo, Bobbio, richiamandosi al mito platonico dei due cavalli dell’anima, si duole di aver permesso al destriero irascibile di aver prevalso su quello nobilmente razionale, ma non so se sia un’autocritica giustificata. Semmai, è stato troppo mite; oggi c’è bisogno più dell’ira che della mitezza a lui cara, nel baraccone in cui ci troviamo.

La sua lucidità nasce da un cuore generoso, ricco di affetto e amicizia, di ironia e autoironia. Bobbio ha insegnato che la battaglia del pensiero è talora pure una battaglia contro la propria passione, ma sempre nutrita di passione, anche quando deve dolorosamente dominare quest’ultima. Il cuore va sempre ascoltato, anche quando urta contro la legge, ma sapendo che spesso il cuore è pure «pasticcio e gran confusione», come ha scritto in un suo romanzo un altro grande piemontese, Stefano Jacomuzzi. La sofferta chiarezza chiamata a far rispettare l’umano, anche quando ciò — nel groviglio delle contraddizioni — può far male al cuore, affonda le proprie linfe in quest’ultimo. Bobbio, maestro nel difendere i valori «freddi» della democrazia — l’esercizio del voto, le fondamentali garanzie giuridiche, l’osservanza delle regole e dei princìpi logici — sa che essi sono meno appassionanti dei valori «caldi» del sentimento, degli affetti, degli amori; magari pure meno appassionanti delle passeggiate nel suo amato Piemonte o nella nostra Torino, capitale di quell’Italia più civile che credevamo possibile. Ma Bobbio ci insegna che solo i valori freddi, i quali stabiliscono condizioni di partenza uguali per tutti, permettono a ognuno di coltivare i propri valori caldi, di inseguire la propria passione. La logica rende possibile l’umanità e difende la «calda vita», come direbbe Saba. Anche a rischio dell’impopolarità — la vita vera è impopolare — come quando Bobbio, da vero laico, faceva chiarezza sulla vita nascente e sui diritti del nascituro o come quando rivendicava, in certe vicende eclatanti che eccitavano l’opinione pubblica in nome di buoni sentimenti, la prosaica osservanza della legge <Corriere della Sera

L’IMPORTANZA DEL GARANTISMO COSTITUZIONALE La democrazia che non va

Oramai si dà per scontato, o quasi, che le democrazie vivono nell'immediato e che non provvedono al futuro, ai bisogni e problemi del futuro. L'altro giorno Angelo Panebianco osservava, per inciso e con la tranquilla placidità dello studioso che registra un fatto ovvio, che «la natura del sistema democratico spinge gli uomini politici a occuparsi solo dei problemi del presente. Le grane che ci arriveranno addosso non possono essere prese in considerazione... La politica democratica non si occupa di prevenzione». Panebianco ha ragione? Per il nostro Paese sicuramente sì; ma sono oramai parecchie le democrazie che sempre più diventano corto-veggenti e imprevidenti. Dal che ricavo che siamo al cospetto di un problema di estrema gravità.
Io non sono mai stato uno strombazzatore leopardiano delle «magnifiche sorti e progressive» che ci sono state promesse dai Sessantottini in poi. Ho però sempre strenuamente difeso la democrazia alla Churchill: che anche la democrazia è un pessimo sistema, «salvo che tutti gli altri sono peggiori ». In quel detto ho sempre fermamente creduto; ma forse oggi va riprecisato. Intanto va precisato che una cosa è la democrazia liberale costruita dal costituzionalismo, e tutt'altra cosa sono le cosiddette democrazie populistiche e «direttistiche» di finto autogoverno che si liberano dell'impaccio del garantismo costituzionale. In questa chiave io distinguo da tempo tra democrazia come demo-protezione (intendi: che protegge il demos dagli abusi di potere) e come demo-potere (che può diventate tutt'altra cosa). Poniamo, in dannatissima ipotesi, che Berlusconi mi voglia cacciare in prigione. Potrebbe farlo? No, perché io sono protetto dal principio dell'habeas corpus (abbi il tuo corpo) che è quel cardine del costituzionalismo che ci tutela dall'incarcerazione illegale e arbitraria. Mettiamo, d'altra parte, che io non voglia essere avvelenato da «polveri sottili» e dal galoppante inquinamento atmosferico, che io non voglia restare senz’acqua perché l'acquedotto pugliese ne perde metà per strada, oppure che Pisa sparisca sott'acqua. In questi e consimili frangenti la democrazia descritta da Panebianco farebbe meglio delle non-democrazie? E' lecito dubitarne.
Le grandi civiltà idrauliche del lontano passato raccontate da Karl Wittfogel furono create con straordinaria perizia e preveggenza dal despotismo orientale; tantissime lacrime e sangue, ma anche straordinari risultati. Il dispotismo illuminato del '700 fu, appunto, «illuminato». Mentre oggi andiamo alla deriva senza nessuna «illuminazione», con occhi che non vogliono vedere e orecchie imbottite di cerume. Il detto churchilliano tiene ancora? Sì e no. Sì, se lo dividiamo in due; no altrimenti. La mia prima tesi è che la democrazia protettiva dell'habeas corpus e del potere controllato da contropoteri, è e resta il migliore dei regimi possibili per la tutela della libertà dei cittadini. La mia seconda tesi è invece che il demopotere populistico e direttistico alla Chavez, e purtroppo ambito da Berlusconi, diventa o può diventare uno dei peggiori sistemi di potere possibili.

Giovanni Sartori

Corriere della Sera 01 dicembre 2009

martedì 1 dicembre 2009

"Figlio mio, lascia questo Paese"

LA LETTERA. Il direttore generale della Luiss avremmo voluto che l'Italia fosse diversa e abbiamo fallito

Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.
Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l'idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai.
Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l'affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.
Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E' anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l'Alitalia non si metta in testa di fare l'azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell'orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d'altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l'unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.
Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po', non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato - per ragioni intuibili - con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all'infinito, annoiandoti e deprimendomi.
Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni.
Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.
Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello che vorresti rispondermi. Ti conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero, che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze.

Preparati comunque a soffrire.

Con affetto,
tuo padre

http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/scuola_e_universita/servizi/celli-lettera/celli-lettera/celli-lettera.html

mercoledì 11 novembre 2009

Rutelli fonda «Alleanza per l'Italia»«Il simbolo sarà scelto online»

Presentato il nuovo soggetto politico creato dall'ex leader della Margherita dopo l'addio al Pd

Francesco Rutelli (Omega)
Francesco Rutelli (Omega)
MILANO - L'addio al Pd di Rutelli diventa ufficiale. A sancirlo in via definitiva è la nascita di «Alleanza per l'Italia»: questo il nome del movimento fondato dall'ex leader della Margherita, che del nuovo partito sarà anche il presidente. Il portavoce è Bruno Tabacci, che ha a sua volta lasciato l'Udc. La prima convention nazionale di «Alleanza per l'Italia», il soggetto politico fondato da Francesco Rutelli, si terrà a Parma, l'11 e 12 dicembre prossimi. Per Rutelli si tratta di un ritorno: nella città emiliana, nel 2003 si era tenuto il congresso della Margherita. La scritta «Alleanza X l'Italia», con il simbolo della "x" per metà verde e per metà rosso al posto della parola «per», è il simbolo scelto da Rutelli per rappresentare il suo nuovo partito. Non si tratta di una scelta definitiva, spiega il presidente del neonato movimento: «Sarà lanciata una consultazione online per arrivare al simbolo che poi resterà».«RISPETTO IL PD, MA...» - «Rispetto il Pd ma non sono d'accordo con la sua svolta a sinistra» spiega Rutelli presentando il suo nuovo movimento. «Da oggi inizia un cammino - aggiunge l'ex Pd - per aggregare tutte le persone che vogliono un'Italia democratica, liberale, popolare e riformatrice». L'ADESIONE DELLA LANZILLOTTA - Il neonato partito di Rutelli incassa intanto il sostegno e l'adesione di Linda Lanzillotta, ex ministro Pd che ha annunciato l'addio ai democratici. «È stata una scelta sofferta, maturata negli ultimi mesi» spiega Lanzillotta, mettendo in guardia i democratici: altri lasceranno. «Sento un disagio diffuso», sottolinea l'ex ministro in un'intervista al Corriere della Sera. «È fallito un progetto al quale ho molto creduto - prosegue -: il rinnovamento della cultura politica, la modernizzazione del Paese. Il Pd non è riuscito a fondere le culture tradizionali con quelle innovative». Le primarie, dice, sono state «un punto di svolta in cui si decideva se continuare con il progetto originario o riesumare le vecchie identità, più rassicuranti ma inadeguate. Si è scelta la seconda strada». Ovvero: «Bersani è stato il punto d'approdo della crisi, che credo irreversibile». Lanzillotta osserva che «il Pd ha già rimosso le componenti della cultura liberale e ambientalista. È approdato nel gruppo socialista in Europa e ha mantenuto un collateralismo con il sindacato. Se non vuole essere destinato alla marginalità - aggiunge - ha bisogno che qualcuno rappresenti l'altro pezzo della cultura riformista. Noi restiamo nell'area di centrosinistra, ma miriamo ad assorbire parti dell'elettorato del centrodestra». Come la Lanzillotta anche i senatori Franco Bruno e Carlo Gustavino lasciano il Pd per aderire ad «Alleanza per l'Itali». Chi resta nel Partito democratico è invece Paola Binetti. Lo annuncia la stessa deputata teodem. «Fino a prova contraria, resto» ha detto ad Affaritaliani.it.


tratto da : Il Corriere della Sera .it 11 novembre 2009

lunedì 9 novembre 2009

Cinque abruzzesi alla direzione nazionale


PESCARA. Sono cinque gli abruzzesi eletti alla direzione nazionale del Pd a conclusione del congresso nazionale di venerdì a Roma. Sono Federica Mariotti eletta per la mozione Bersani, Luigi Lusi per la mozione Franceschini, Stefania Pezzopane, nominata tra le 20 personalità che per statuto entrano di diritto nell’organismo. Franco Marini eletto come ex presidente del Senato e Silvio Paolucci membro di diritto in qualità di segretario regionale.
Ieri Paolucci ha commentato la chiusura delle indagini sull’inchiesta sanitopoli. «Nel confermare il profondo rispetto che nutro verso la magistratura», ha detto Paolucci «a mio avviso va detto che le vicende giudiziarie hanno cambiato il corso politico in questi 18 mesi nella nostra Regione. Mi preme sottolineare che il prezzo politico pagato dal Partito Democratico, mai coinvolto come partito nelle varie vicende, sia stato elevatissimo rispetto ad un quadro che vedrebbe l’imprenditore-teste far svanire 145 milioni di euro e affamare 1600 famiglie abruzzesi e il centrodestra nel pieno di un sistema di rapporti antico tra politica e sanità privata con incarichi di responsabilità che tanti uomini politici di destra avevano allora come oggi. Continuo a ritenere», ha aggiunto Paolucci, «che la sproporzione dei provvedimenti adottati lo scorso anno rispetto all’assenza di qualunque altro provvedimento abbia alimentato una percezione sbagliata nell’opinione pubblica per lungo tempo. Nel frattempo 1600 lavoratori sono alla fame. Ribadendo il mio rispetto verso tutte le istituzioni auspico presto che si faccia chiarezza e che si celebri rapidamente il processo».

tratto da : Il Centro.it 09.11.09

«Il nuovo Pd? Giovane e unito» D’Alessandro: no alle correnti ma l’area cattolica è essenziale


PESCARA. In Abruzzo 60mila abruzzesi hanno votato alle primarie del Pd scegliendo Silvio Paolucci segretario regionale del partito. Un dirigente di 32 anni che si affianca a un altro trentenne, Camillo D’Alessandro, capogruppo in Consiglio regionale.

Consigliere D’Alessandro, Paolucci è stato eletto con un accordo delle mozioni Bersani e Franceschini. Alla vigilia delle primarie però si è parlato anche di lei come candidato alla segreteria regionale.
«Sì, ma abbiamo avuto la forza di dire no a Roma, a chi ci chiedeva di dividerci in Abruzzo per lucrare qualche voto in più ai rispettivi candidati alla segreteria nazionale. Ci siamo rifiutati perché la nostra Regione ha bisogno di unità e i numeri ci hanno dato ragione».
È stato difficile far passare la linea dell’unità?
«Abbiamo spiegato che la situazione che vive l’Abruzzo è eccezionale, con una crisi politica grave a cui è seguita quella economica ed occupazionale, aggravata poi dal terremoto. Abbiamo fatto comprendere che in Abruzzo avevamo una importante risorsa su cui costruire insieme e uniti la ripartenza: un giovane preparato e attrezzato come Silvio Paolucci, insomma il nostro Abruzzo prima di tutto. Ci hanno capito ed il presidente Marini, prima di ogni altro, ha favorito il nuovo corso. Poi ci sono tante energie dentro il Pd, a partire dal candidato dell’area Marino, Fabio Ranieri, di assoluto valore e che potrà fare molto».
Finite le primarie c’è il rischio che il Pd diventi un partito di correnti?
«La corrente è concetto esattamente contrario al merito. Immaginare il partito nuovo che si organizza per schemi vecchi è la negazione del Pd. Vedo invece come necessario innalzare il confronto culturale interno. Del resto basti vedere la degenerazione correntizia dentro il Pdl per capire dove non si deve andare».
Parla delle fondazioni?
«Il problema non sono le fondazioni se promuovessero approfondimento culturale, anzi sarebbero opportune perché la politica partitica non basta. Il problema è nasconderci dietro truppe armate che si contendono potere e ruoli. Da qui le risse, come quella tra Giuliante e Piccone. Forse nel centrodestra abruzzese era inevitabile: in Abruzzo non esiste un “capo”, a partire da Chiodi mai riconosciuto come tale, meglio allora fare tanti capetti».
Quindi niente correnti nel Pd?
«Non escludo che ci siano tentazioni. Per quanto mi riguarda lavorerò per superarle. In Abruzzo, dove abbiamo un segretario unitario, non avrebbero senso».
Lei che proviene dai Popolari e dalla Margherita non teme con Bersani un Pd troppo di sinistra?
«Non si possono fare i processi preventivi. Il popolo delle primarie ha eletto Bersani ed oggi lui è il segretario di tutti. Poi ognuno di noi, così come Bersani, sarà giudicato per quello che fa non per le intenzioni. Ciò che è certo è che nessuno nel Pd può pensare ad un grande e moderno partito senza il contributo dell’area cattolico-democratica proveniente da Popolari e Margherita».
In Consiglio avete annunciato una proposta per Villa Pini. Di che si tratta?
«È una proposta ancora allo studio dei nostri tecnici intesa soprattutto a tutelare i lavoratori. La presenteremo nel prossimo consiglio regionale». (cr.re.)

tratto da : Il centro 09.11.09